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Henri Cartier-Bresson

Breve storia di Varazze (Parte III)

12 maggio 2009 14:00 | Commenti: 0 | Categorie:

La produzione artigianale della carta cessò completamente con la chiusura nel 1990 della cartiera Arado, non potendo reggere alla concorrenza di quella industriale.
Nell'ottocento prosperava un'altra attività: la pesca. Si calcola che all'epoca fossero oltre 300 i pescatori, quasi tutti concentrati nel Borgo e al Solaro. Il tratto di mare di fronte  a Varazze era ricco di pesci e fauna marina: si pescava sia dalla riva sia in alto mare, usando svariate tecniche e diverse attrezzature:
la sciabica, una sorta di rete a strascico che impegnava diversi pescatori; con l'aggiunta di una rete a maglie finissime si catturavano i bianchetti (gli avannotti delle sardine e delle acciughe);
il tramaglio, che consisteva in tre strati di rete, di cui quella interna a maglie più fitte;
il bolentino, una lenza con parecchi ami;
la nassa: una cesta di vimini fatta in modo che il pesce una volta entrato non potesse più uscire;
la manaiola per la pesca di acciughe e sardine.
Normalmente aveva una lunghezza di oltre cento metri, era calata perpendicolarmente alla costa e tenuta verticalmente a una certa profondità senza toccare il fondo da grosse "natte" (sugheri);
La canna, con cui si possono catturare pesci di grosse dimensioni.
Nel secolo scorso la lampara non era ancora usata. Parte del pescato fresco, o più frequentemente dopo essere stato salato, era trasportato a Genova , in Piemonte e in Lombardia.
Tra le attività imprenditoriali esistenti a quel tempo ce n'era un'inaugurata nel 1847: una fabbrica di bombe, situata sulle rive del torrente Serra, in località "Portigliolo" (Piani di S. Giacomo). Prodotte dal ferro importato dall'Isola d'Elba e costruite in una grande fornace, erano commissionate dalla Superba.
Altre aziende piccole, ma destinate a una lunga e produttiva attività furono le concerie di pelli e quelle di corde. Riuscirono pure a sopravvivere alcuni minuscoli cantieri navali, costruendo piccole barche: gozzi, lancette, sandolini. Tra questi, quello di Pietro Baglietto, che costruiva pregiatissime barche, una delle quali nel 1888 fu donata al papa Leone XIII. All'inizio dell'Ottocento un quinto del territorio era coltivato e ricoperto di bosco ceduo, sulle colline più alte esistevano parecchi prati naturali, spesso abbandonati a se stessi, che davano fieno di buona qualità. Grazie a questa raccolta i contadini potevano allevare e mantenere il bestiame. Nel 1833, secondo lo storico Casalis, nel mandamento vivevano 813 capi bovini, 77 di specie cavallina, 1359 pecore, 269 capre e 304 maiali.
Nelle zone collinari basse, alle spalle di Varazze, nel territorio erano state costruite dall'uomo tante "fasce" (terrazze), muri a secco, per rubare alla collina porzioni di terreno per la coltivazione. In quei terreni e in quelli della zona settentrionale del territorio, si coltivava il grano, il granoturco, i legumi, le patate, gli alberi da frutto, la vite, l'ulivo, il gelso, la canapa e più in alto gli alberi da castagno. Sulla costa invece, prevalevano gli orti coltivati a ortaggi, con aranceti, agrumeti e uliveti. Il censimento effettuato nel 1858 fissava nel numero di 2007 i fittavoli presenti, il cui contratto prevalente era la mezzadria, il proprietario riceveva i due terzi di produzione di vino e di olio e la metà degli altri raccolti. Si può affermare che gran parte degli abitanti di Varazze vivesse in quel tempo in virtù dell'agricoltura: gli individui attivi dediti a quest'attività lavorativa erano circa il 28%.
Gli orti erano in gran parte irrigati grazie alle derivazioni del vicino torrente Teiro e degli altri corsi d'acqua. Tanti erano muniti di cisterne e da pozzi da cui l'acqua era pescata da XXX azionate da un animale. Per servire le fascette sovrastanti si faceva uso del mazzacavallo (sigögna) un congegno formato da un legno messo a bilico sopra un altro che si faceva abbassare per attingere l'acqua e alzare per svuotarla sul terreno.
Il terreno, piuttosto sabbioso, non era molto fertile; la resa, piuttosto scarsa, non era in grado di coprire i consumi e soddisfare le pressanti esigenze primarie di una popolazione in costante aumento. Verso la fine dell'Ottocento la produzione agricola, già poco redditizia, entra in crisi a causa di una terribile malattia che colpì duramente in modo devastante e annientò gran parte degli oliveti e vigneti delle colline di Varazze.
Nonostante tutti questi gravi elementi negativi la popolazione di Varazze dal 1881 segna una costante positività. Agli inizi del Novecento contava 9815 abitanti, nel 1976 raggiunse 15235, suo massimo storico. La crescita della popolazione era dovuta sia ai saldi naturali positivi tra natalità e mortalità, che ai saldi migratori altrettanto positivi. Il tasso di natalità nel 1901 era altissimo, rasentava il trenta per mille; nel 1921 segnava il diciannove per mille, nel dopoguerra scendeva al quindici per mille; negli anni sessanta calava ulteriormente al dodici per mille.
Il tasso di mortalità agli inizi del Novecento si aggirava sul venti per mille negli anni sessanta scendeva al dodici per mille.IL saldo dei flussi migratori si presentava invece positivo.
L'immigrazione era dovuta in massima parte alla presenza di due grandi stabilimenti, il Cotonificio Ligure e i Cantieri Baglietto  e dall'avvento del turismo.
Per quanto riguarda la distribuzione dei residenti nel territorio, nell'entroterra sino agli anni 1930 era insediato il 30 percento della popolazione , dopo di che si è registrato un calo che si è accentuato negli anni 50 a seguito dell'abbandono dell'attività agricola della popolazione giovanile. Nel periodo 1962-1991 i residenti dell'entroterra si aggiravano solo sul diciassette percento. Gli abitanti lungo la costa aumentano; dagli inizi del 1900 si registrano molte nuove unità abitative, concentrate sia sulla fascia costiera, larga 200 metri, sia nella bassa valle del Teiro. Come abbiamo detto uno dei principali motivi di crescita della popolazione è dovuto all'installazione di un grande stabilimento di tessitura.
Il Cotonificio Ligure di Varazze fu fondato dalla "Ditta di Commercio Figari G.B. e Bixio Vincenzo"; il primo, maggior azionista era un nome prestigioso della finanza e dell'industria genovese. Figari, per la sua potenza economica all'inizio del secolo, era soprannominato "u Padreternu" (il Padre Eterno). Realizzò uno dei primi stabilimenti italiani di tessitura a Genova Rivarolo, quindi uno a Varazze, subito dopo due a Masone e uno a Rossiglione. Rifondò l'Eridania, colpita da una grave crisi. Fu amministratore di grosse aziende liguri di allora: Eternit, la Cervinia, la Plinthos, lo  Intificio della Spezia, i Molini Liguri. Per diversi anni fu presidente del Banco della Liguria. Nei primi decenni del '900 la materia prima era il cotone, che arrivava dalla filatura di Forno di Massa.
Dagli anni 50 i filati provenivano in massima parte dalla filatura di Rossiglione; le fibre di poliestere e viscosa da azienda italiana. Anticamente la forza motrice per muovere i numerosi macchinari era ricavata da grosse caldaie a vapore alimentate a carbone fossile e legna e dopo con nafta, in seguito da motori elettrici. La corrente elettrica, dagli anni 1940 era in gran parte fornita dalle centrali idroelettriche di proprietà, installate nei comuni di Sassello, Urbe, e Tiglieto, tramite un elettrodotto lungo una trentina di chilometri. Per scaricare i prodotti della combustione del carbone fossile fu costruita  nel 1882 , unitamente allo stabilimento una ciminiera di mattoni refrattari che si è conservata in ottimo stato sino al suo abbattimento avvenuto 1999. L'organico del personale era costituito per l'ottanta percento da donne. Il numero dei dipendenti seguì, con i suo alti e bassi, le vicissitudini della società. Rimase abbastanza costante dall'inizio della sua attività sino al 1943, oscillava tra le 600 e 700 unità lavorative. Nel 1944 cessò l'attività per cause belliche. Nel dopoguerra, riaperto lo stabilimento, la società procedette a massicce assunzioni: l'organico aumentò costantemente per diversi anni fino a raggiungere il massimo storico di circa mille unità abitative nel 1958. Dal 1959 inizia l'inarrestabile tendenza negativa produttiva, e lavorativa: nel 1967 i dipendenti calarono a 500 unità, 1977 a 304; nel 1981, data di chiusura dell'azienda l'organico era ridotto a 250 dipendenti. Negli anni '50 si svolgeva anche un lavoro a domicilio consistente nel revisionare le pezze. Il lavoro praticato da moltissime famiglie consisteva nel togliere eventuali impurità, specialmente fili di colore diverso, mediante uno specifico ago. Purtroppo la società, non riuscì a reggere la concorrenza. Per mancanza di liquidità non riuscì a procedere a innovamenti, non resse alla concorrenza e nel 1981 fu messa in liquidazione.
Un altro stabilimento, per la sua grande capacità produttiva e per il numero delle persone impiegate, incise profondamente nel tessuto economico e sociale della nostra città: i "Cantieri Baglietto S.p.A.". Il fondatore Pietro Baglietto fece parte di quegli artigiani che sopravissero o nacquero dalle ceneri dei grandi cantieri: I Guastavino, i Ghigliotto, Ottonello, Fazio,  Vedeo, Protto, Cattaneo, Delfino, Beviacqua, Castagna, Bagnasco, Ferro, Colombo, Parodi, Cirona, Vallerga, Dagnino, Testa, Oderigo, Canepa, che si orientarono verso la costruzione di gozzi, lancette, sandolini, barche a vela lussuose, canotti automobili. Nacque pure la CIVES (Costruzione Idrovolanti a Varazze e Scuola) che conobbe una grande fortuna prima e durante il primo conflitto mondiale, costruendo oltre 1500 idrovolanti. Pietro Baglietto, con intuito e attitudine imprenditoriale, alla fine dell'ottocento, si trasferisce da un orto nei pressi di San Domenico alla località Santa Caterina, dove costruisce un capannone in legno sostituito poi da una solida costruzione in cemento armato. Agli inizi del 900 le sue barche erano già conosciute ed apprezzate in tutta Europa. Alla morte di Pietro, passa in proprietà ai figli: per diversi decenni la conduzione tecnica passò ai fratelli Bernardo e Ing. Vittorio Vincenzo. Sotto la loro direzione, l'attività produttiva non conosce sosta e il marchio " il Gabbiano" riesce a imporsi in tutto il mondo. La società s'ingrandisce e imposta un altro cantiere in località San Nazario, dove nel secondo dopoguerra trasferirà lo stabilimento di levante, abbattuto per problemi di viabilità. Nel 1900 fanno la loro apparizione i primi motoscafi e le automobili marine, poi gli yacht da crociera; nel 1916 iniziano la costruzione dei MAS (Motosiluranti Anti Sommergibili) per la Marina Militare, ai quali Gabriele D'Annunzio regala il motto "Memento Audere Semper".In campo velico e motonautico tanti yachts e motoscafi del gabbiano vincono coppe in tutto il mondo. Nel periodo della seconda guerra mondiale, la società apre un nuovo cantiere nell'entroterra di Varazze in località Parasio, che adibisce alla costruzione di "mezzi d'assalto della Marina". Questi piccoli battelli dotati a prua di una carica di tritolo e guidati da un solo uomo, erano destinati ad entrare in collisione con la nave nemica. Il manovratore dopo aver puntato il battello verso il vicino bersaglio da colpire, azionava un dispositivo che lo catapultava fuori dalla barca. L'attività produttiva dei Baglietto raggiunge il suo massimo storico negli anni sessanta. In quel periodo costruisce diversi dragamine e motoscafi veloci. Inizia la produzione degli "Ischia", uno yacht tra i più venduti in Europa, segui la costruzione degli "Elba" dei "Capri" e i più grandi "Maiorca" e "Minorca", venduti a miliardari di mezzo mondo.
L'occupazione in quel periodo superava le 400 unità. Nella prima metà del secolo altre industrie manifatturiere di una certa importanza furono: la corderia Ferro, che contava una quindicina di persone, l'Officina Gas Giuntini, che dal 1933 al 1987 impegnò una cinquantina di dipendenti, la Conceria Rocca con diversi dipendenti, la Motori de Giorgi, la Fulgor Gomma che cedette l'area alla Fonderia Granone, la Continental Paper che contava una cinquantina di dipendenti. Vi erano in oltre le segherie, i frantoi, i mulini e le cartiere, che tutte assieme impiegavano oltre 200 unità lavorative. Attorno al 1860 mentre fioriva ancora l'industria cantieristica, si ebbero i primi tentativi balneari. L'arenile splendido e il magnifico entroterra favorirono l'afflusso di turisti stranieri nei mesi invernali e d'italiani in quelli estivi. Tra uno scalo e l'altro sorsero cabine di tela, i "Bagnanti", oltre a godersi il mare, potevano assistere alla costruzione e al varo di una nave. Sorse allora il primo stabilimento balneare a cura di Domenico Botta, che con la patente di Sua Maestà il 4 luglio 1887 fu dedicata a Sua Maestà la Regina Margherita. Oltre al Margherita nacquero i bagni Laetitia, imponente costruzione, ed altri realizzati da Emanuele Colombo, dai fratelli Ravecca, dei Craviotto, Cerruti, Fazio, Piazza, Pierfederici: essi ed altri rubarono spazi ai cantieri navali che , come detto, stavano scomparendo.




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