Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento.
Henri Cartier-Bresson
Breve storia di Varazze (Parte IV)
Nei primi decenni del '900 Varazze ospitò i più bei nomi dell'aristocrazia piemontese, lombardi e genovesi. Oggi tutto è cambiato. Gli stabilimenti balneari occupano l'intera spiaggia varazzina: gli alberghi, le pensioni, i bar e i locali notturni animano la vita mondana della Varazze estiva. Altri turisti provengono dal porto turistico che fu costruito nel 1960 e in seguito ingrandito e abbellito; che oltre ad ospitare barche e yacht costituisce una grande fonte di lavoro. L'apice delle presenze turistiche si riscontra nel 1958 con 33091 presenze italiane e 34486 straniere.
L'Italia nei primi decenni del '900 è coinvolta da turbolenze e da diverse guerre, alcune delle quali ebbero un nefasto riflesso sulla nostra città. Ricordiamo nel 1911 inizia la guerra di Libia con la dichiarazione di guerra alla Turchia che terminerà nel 1912 con vittoria italiana e la repressione della guerriglia. Anche l'Italia venne in possesso di una colonia. Altri lutti si ebbero nella prima Guerra Mondiale contro l'Austria - Ungheria iniziata il 24 maggio 1915 e terminata il 4 novembre 1918 che costò la vita a 79 giovani combattenti cittadini. L'avvento della dittatura fascista, iniziata con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, che fu particolarmente crudele nei suoi ultimi anni di vita. Il periodo più nefasto per l'Italia e per la città si svolse con la seconda guerra mondiale. Altissimo fu il contributo di enormi sacrifici e di sangue. Per combattere la fame si doveva ricorrere alla borsa nera: per difendersi dai bombardamenti occorreva scendere nei rifugi o sfollare alla periferia. 79 furono i morti caduti tra i vari fronti, 16 civili deceduti nei campi di concentramento, 68 i cittadini deceduti in seguito a bombardamenti aerei, 6 in seguito a scoppi di mine. Il quartiere più colpito è quello di Calabraghe. Le bombe sganciate il 13 giugno 1944 devastano tutta la via Malocello, la piazza dell'ex mercato, la canonica del parroco di Sant'Ambrogio. Finalmente il 24 Aprile, le atrocità terminarono a Varazze con la resa dei brigatisti e dei tedeschi. Appena terminata la guerra Varazze, come tutte le altre città, si rimbocca le maniche e ricostruisce in poco tempo ciò che la furia aveva distrutto. Anche mediante aiuti Americani, tutta l'Italia risorge e dappertutto c'è la volontà di fare. Riaprono le fabbriche, aumenta l'occupazione e per i cittadini le condizioni di vita migliorano. Siamo nel periodo del "Miracolo economico Italiano".
Varazze da millenni possiede un'immensa ricchezza: le acque del Teiro e dei suoi affluenti. Innanzi tutto tramite acquedotti fornisce acque potabili a quasi tutta la popolazione. Da secoli sono state utilizzate per le irrigazioni dei terreni circostanti; dal XV secolo furono intensamente utilizzate per insediamenti artigianali, frantoi , molini , lavatoi per sanse, fucine, pastifici. La discreta portata del torrente, la limpidezza delle acque che precipitavano dal Beigua, vennero captate e usate per la conversione in energia motrice, mediante chiuse (dighe), canali e ruote. Negli anni 1950 le chiuse, della frazione Pero alla foce erano tredici e azionavano trenta opifici, oltre ad irrigare diversi orti. Gli sbarramenti sul Teiro costruiti in calcestruzzo e pietre, mediante canali, portavano le acque alla ruota, che attraverso ingranaggi, pulegge e cinghie imprimevano movimento rotatorio ai macchinari; oggi queste attività sono quasi tutte scomparse, travolte dal progresso e da una conversione economica. Nel corso degli ultimi 100 anni, il Teiro solitamente tranquillo è straripato una decina di volte. Le cause non sono da addebitare alla furia distruttrice della natura; in parte sono da ricercare nella responsabilità umana. Nel 1915 le acque trascinarono dopo aver travolto alcuni ponticelli, cataste di legname, alberi sotto le arcate del ponte Piccone ("Rissulin"). Non potendo continuare la loro corsa, invasero gli orti circostanti,il macello pubblico ed asportarono le case del "Buggia" e di Antonio Viglino. Proseguirono invadendo il cotonificio e i piani terra delle abitazioni e negozi. Più avanti trovata la via sbarrata dal ponte della ferrovia, inondarono via Malocello, la stazione ferroviaria, l'Istituto Santa Caterina, dove si deplora la morte di una suora. Proseguirono verso il mare, distruggendo lo stabilimento balneare di G.B. Craviotto (U Baussun) e il ponte ad arcate alla foce del Teiro. In data 1 Novembre 1968 un'altra spaventosa inondazione. L'ondata di piena ha fatto saltare un ponte ad Alpicella e trascinando alberi, cataste di legname e detriti due chilometri più a valle hanno fatto crollare il ponte del Pero. In località Prati (Gaggero) ha divelto due robuste putrelle che reggevano un ponticello; In località Lagoscuro (Bacchetti) ha travolto il pilone in cemento armato e la passerella in legno della segheria Arecco Pietro. Al Parasio l'ingombrante ponte del Rissulin ha creato una diga allagando negozi, scantinati, il macello pubblico; Quindi ha dilagato verso la Camminata raggiungendo Piazza San Bartolomeo e le vie Adiacenti. Oltre cento vetture che si trovavano lungo la strada furono trascinate in mare.
Il veloce e fortissimo progresso tecnologico che interessò pure il settore delle comunicazioni, iniziato negli ultimi decenni del secolo scorso, coinvolse in modo consistente il modo di giocare dei bambini e dei ragazzi. Sparirono tanti giochi, particolarmente quelli di gruppo, la maggior parte dei quali si svolgevano sulla strada, in cui, sino agli anni "60, la circolazione dei veicoli a motore era molto scarsa e non pericolosa, anzi, sino agli anni "30, le strade erano in terra battuta, e quasi tutte prive di traffico automobilistico e motociclistico. Uno dei giochi preferiti e diffusi, ormai spariti, era quello della trottola "gavardua", un cono rigato di circa 4 - 6 cm di larghezza e altrettanto di lunghezza, costruito in legno duro, alla cui estremità era inserito un "pernetto"di ferro.
Le trottole ruotanti lanciate per mezzo di una lenza giravano sul perno per alcuni minuti. Con quest'attrezzo si poteva giocare in diverse maniere. I bambini più piccoli si divertivano a farle girare e prenderle in mano, quelli più grandicelli tracciavano sulla terra battuta un cerchio che racchiudeva le trottole giranti. Esse portavano a termine la loro corsa uscendo dal cerchio, se rimanevano dentro, rischiavano di essere colpite e danneggiate dalle altre. Un altro gioco con la trottola, era quello del "macello", la trottola perdente veniva sistemata in una piccola buca, ben fissata affinché non si muovesse, per ricevere i colpi delle altre che potevano essere "a mano", cioè con la trottola impugnata a mano, oppure con l'aiuto di una pietra. Nel primo caso i danni erano lievi, limitati a subire qualche "baletto", (una traccia superficiale del pernetto delle vincitrici), nel secondo caso i guai erano maggiori e si poteva arrivare alla spaccatura. Allora si giocava molto con materiali di recupero, ad esempio "u rubatellu", un vecchio cerchione di bicicletta, che si faceva rotolare mediante un grosso filo di ferro piegato in modo particolare, a mo di guida "macchinicca". Altro gioco con materiale di recupero erano "i carri armati": da un rocchetto di legno di "filo-fort", che si dentagliava nelle due parti estreme, si applicava uno stecchino di legno il quale, mediante un elastico e un po' di cera provocava un lento movimento. Un altro gioco era quello delle biglie "bilue", di terracotta, e delle "cristalle", recuperate dalle bottiglie di gazzosa della ditta Schiappapietra. Le cristalle erano palline di vetro un po' più grandi delle birille, che funzionavano da valvola nelle bottiglie. Si giocava al "garrücciu", con il pollice della mano si dava loro una stecca per portarle in una piccola buca.
Un particolare gioco, che ormai è solo un ricordo, era quello delle "carrette", costruite col telaio e le ruote in legno, e con assi di ferro per le ruote. La guida si eseguiva tramite una corda collegata con gli assi inferiori. Si portavano all'inizio di una discesa e si lanciavano in una corsa man mano più veloce, che terminava di solito urtando contro un muro o un altro ostacolo, e qualche volta, sfasciando la carretta. Ci si divertiva senza spendere un soldo. Da un tronco di pino, tramite un coltellino, si estraeva un pezzo di corteccia, si fregava contro un muro e si costruivano barchette inaffondabili; con una canna tagliata di fresco si costruivano i pifferi. Nel giorno festivo, avveniva un deciso cambiamento nel modo di divertirsi, i giovani abbandonavano i giochi di strada per recarsi all'Oratorio Salesiano, molto frequentato. Sul cortile erano piazzati, un passa volante e una grossa giostra in ferro che attiravano molto i ragazzi. Terminata la messa, si applicava su un apposito libretto il bollino di presenza, nelle feste più importanti si distribuiva una brioche, e a Novembre i "balletti" (castagne bollite). Al pomeriggio c'era la benedizione, e a chi partecipava, si applicava un bollino. Chi poteva attestare due bollini, aveva diritto a entrare nel salone del cinema, a vedere un film. Quando "arrivavano i nostri", si scatenava un baccano infernale, battendo i piedi sul pavimento in legno. Coloro i quali possedevano un solo bollino, potevano entrare solo al secondo tempo e per la comica. La struttura, costruita negli anni Ottanta, è stata di particolare importanza per la città, punto d'incontro e di riferimento per intere generazioni. Come ben descrive lo storico cittadino, M. Traversi, nel libro "Una generazione irripetibile", oltre alla formazione religiosa, si imparava anche a comportarsi bene con se stessi e con gli altri.
Non ancora giudicato

